#64 Aureliano

Modern Times (1936)
“In my best and carefree moments this film really represents me. I see it every time I travel and I cry on the ending, it makes me think about my life. Me too, like Chaplin’s character, feel swallowed up by all the superstructures of the society, by its gears. People often think about material needs, forgetting who they are and how they are, and they become as shown in the opening scene: a flock of sheep. I have often felt caged, I had to be a nurse and then I did other jobs, I had to earn because in the family there were difficult economic situations and nobody could choose his destiny. Even being out of it, however, is scary: Chaplin in the film has the opportunity to go back inside, he tries but when he begins he realizes that he is no longer part of that mechanism, he is a broken gear. But it’s a positive message: it tells us that we aren’t gears, we are human beings. I really like the ending, it almost seems like he tells everyone to go to hell, taking the road with his beloved. I’m living outside Italy since 9 years, sometimes returning because I still don’t feel totally free to leave the society, because I have been part of it for so long. I did my choice to leave everything and go away when I was 28, but then when you have so many freedoms you must also know how to manage them, because you can discover new things about yourself and sometimes they can scare you and make you feel lost”

Tempi Moderni (1936)
“Nei miei momenti migliori e spensierati questo film mi rappresenta come persona. Lo rivedo ogni volta che viaggio e sul finale mi commuovo, mi fa pensare alla mia vita. Anche io come il personaggio di Chaplin mi sento inghiottito da tutte le sovrastrutture della società, dai suoi ingranaggi. Spesso le persone pensano alle necessità materiali, dimenticano chi sono e come sono, e finiscono come mostra la scena iniziale: nel gregge di pecore. Io mi sono spesso sentito ingabbiato, ho dovuto fare l’infermiere e poi altri lavori, dovevo guadagnare perché in famiglia c’erano situazioni economiche difficili e nessuno sceglie il suo destino. Anche stare fuori da ciò però fa paura: Chaplin nel film ha l’opportunità di tornare dentro, per esempio quando gli fanno la lettera di raccomandazione, ci prova ma quando inizia capisce di non far più parte di quel meccanismo, è un ingranaggio rotto. Però è un messaggio positivo: ci dice che non siamo ingranaggi, siamo esseri umani. Il finale mi piace molto, sembra quasi che lui dica a tutti di andare al diavolo, prendendo la strada con la sua amata. Io vivo fuori dall’Italia da 9 anni, ogni tanto ritorno perché ancora non mi sento totalmente libero di uscire dalla società, perché ne ho fatto parte per tanto tempo. La mia scelta di lasciare tutto e andare via è arrivata a 28 anni, però poi quando hai tante libertà devi anche saperle gestire, scopri delle cose nuove di te e talvolta possono spaventarti e farti sentire spaesato”

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